Inventarsi l’azzurro


Che ne dici se ci inventassimo l’azzurro

spremendo a fondo la nostra fantasia

e lasciando al giorno piena autonomia?

 

La notte che è trascorsa lo permette!

Abbiamo disegnato un altro mondo

dove la realtà è solo un mito,

dove chi siamo stati non esiste.

 

Prenditi tempo,

donna che stai scrivendo il mio futuro,

ancora per un millennio sarò pronto.

 

Abner Rossi

26 aprile 2015

porta

Siamo il nostro peggior nemico (25 aprile)


Figli e nipoti di quei figli, al confronto siamo storici eunuchi. Alcuni di noi sono nati da quell’ansia di libertà, da quella fame, da quel giogo straniero, da quei postumi di guerra. I nostri figli sono nati dalle nostre paure, dalla voglia di dimenticare, dal nostro voltar le spalle in cerca di ricchezza. Come emigranti non c’è nazione che non sia stata invasa dai nostri nomi italiani. Poi siamo stati falsamente convinti da falsi miracoli economici e abbiamo scoperto che si poteva mangiare il pane degli altri, essere opulenti, obesi, prepotenti, arroganti. Abbiamo cancellato la pietà e le fratellanze. Siamo ossessionati dalle differenze e molti pensano, sedotti dai demagoghi, che qualche “campo di concentramento” potrebbe essere ancora utile per fermare ciò che – noi lo sappiamo bene – non è arrestabile. In nome della nostra nuova auto (rateizzata) saremmo pronti ad affogare il resto dell’umanità. Siamo pericolosi, molto pericolosi, prima di tutto per noi stessi. Siamo il nostro peggior nemico e saremo sconfitti.

Viva il 25 Aprile, viva la resistenza, viva mio Padre…

 

Abner Rossi
staino.

ECO


ECO 1

Veloce, sinuoso, debole, eco s’innalza

fino a stirsciar per forre impervie, gole,

poi che pianura arriva e tutto tace.

 

Seduce come voce di sirena.

 

Linguaggio bifronte fatto di tempo e suono

come lontane cascate, ricordi sussurrati,

finali di commedia, partiture lontane.

 

Occhi socchiusi, come al sentir di voci

la scomparsa.

 

ECO 2

 

Di te, mia Eco, solo voce resta

persa in selve e boschi di montagna,

innamorata, respinta, infin punita,

come capita sempre a chi si spende,

a chi morte preferisce alla rinuncia,

come passione esige, vuole, insegna.

 

Abner Rossi

23 aprile 2015

narcisos

Se ne vale la pena (monologo)


sarzana4

MONOLOGO PER IL TEATRO

IERI….

la trasgressione, il sesso come scoperta, la fuga, il sudore,

l’eccitazione, l’oltre, il fango, il cielo, l’acqua, l’umidità.

l’amicizia, la compagnia, la partenza, le vie di fuga

e gli arrivi.

 

Ci sono madri e madri di madri di madri che educano al niente

..padri che non sono esempio.

 

Non sanno, non possono sapere e non sapranno mai

che stanno dando vita ad un “essere volatile”.

Quasi angelo, quasi pellegrino, quasi uomo di ieri, oggi e di sempre.

Quasi….uomo.

—-

Giro per opinioni, aguzzando orecchie e naso.

Mi chiedo se ronzano mosche o se sia annegata nel vino

questa mia mente contadina convertita in bit.

 

 

Mi chiedo dove sia rivoluzione,

quello sbracciarsi di bandiere,

quel rincorrersi di emozioni consumate

dal troppo rapido arrivo di ombre bifronti,

di culi nobili, di numeri tatuati su braccia

che non sanno abbracciare,

di bocche che non sanno baciare,

di piedi che imitano tribù di gamberi,

di pensieri cancellati dall’abitudine.

 

 

In effetti io spazio in lunghezze con poche curve,

vedo, vorrei vedere, ipotizzo di vedere, probabilmente mento…

Mi sembra di combattere sempre

con distanze incommensurabili che ho a portata di mano.

Distanze? A portata di mano?

Si, pochi infiniti centimetri incolmabili tra me e dopo di me.

 

Se Dio fosse qui risolverebbe. Dove, come, quando? Dio?

Perché Lui, proprio lui, sempre lui.

Io mi occupo di fango e della gente che nel fango sguazza.

Anche lui un tempo se ne occupava,

poi ha smesso avvilito dagli errori, dai troppi errori,

dalla bellezza che si sporca, dal tempo che consuma,

dalle innumerevoli giustificazioni di burattini di stoffa.

 

 

Di stoffa? Si, al mio Paese i burattini sono di stoffa

con occhi tracciati a matita, le bocche un filo rotondo a sorriso.

Religione come forma e denaro. Narcisismo della peggior specie!

Essere rappresentanti di un Dio onnipotente può essere santificante,

ma quasi sempre costruisce un super io che detiene verità assolute.

Niente è più infernale delle verità assolute

per una specie che vive di provvisorietà e improvvisazione.

 

Traditori di mestiere.

 

Siamo ormai capaci di tradire anche Giuda.

 

Qui dove io vivo le lunghezze non hanno senso.

L’unità di misura di questo mondo sono le anime in fila

poste perbene in scaffali longitudinali infiniti,

insieme alle epoche, le ere, i miliardi di lune trascorse.

Qui anche la morte è distesa in orizzontale, come morta.

 

La morte è tempo e il tempo qui non esiste.

Hai capito bene! Il tempo, qui, non…esiste!

Mi capisci? Guardami! La vedi la mia pelle squamosa?

Sono i segni lasciati dalla pioggia, dall’urina dei cani,

dalle dita adunche degli umani, dal mio pesante lavoro

per appiccare incendi ai boschi dove il vento è assente.

 

Sono un poeta! Questo è il mio compito!

Non mi occupo di emozioni plastificate,

di biscottini da gustare nei salotti signorili con una tazza di tè,

del trovar la parola giusta nel momento giusto,

del gusto del momento, dell’imbarazzante melassa della non vita.

 

Le parole devono provare la loro forza prima di essere usate,

sperimentate fino a strisciarle per strade rese polverose

da veri passi umani. Qualcuno sa cosa siano i “veri passi umani”?

No! Non è sopravvissuta una specie umana in cammino.

 

Si finge, si spera, si scoprono nuove scienze e nuovi prodotti,

ma non nuove motivazioni.

 

 

Io livello le montagne fino a ridurle in pianure.

Ai fiumi tolgo le pendenze, la foce e il sorgivo inizio.

Il sole qui non sorge e non tramonta:

si trascina e striscia per terra con la luna.

Non si può tu dici? Certo che si può!

Non senti il gallo meccanico che ha cantato tre volte?

Il mestiere principale qui è il tradimento, tra tra tra tradimento,

il metodo giornaliero di ognuno è centellinare la falsità

per tradurla in solitudine.

 

Ai miei milioni di figli

spiegherò la piattezza del pensiero contemporaneo

di fronte al quale anche il niente è collina.

Spiegherò come dall’età del ferro siamo passati al silicone,

come le idee si siano piegate fino a strisciare in ginocchio.

Spiegherò come il sangue…si sia diluito in polvere bianca.

 

Che sia davvero necessaria degenerazione? Preparazione alla fine?

Genia dominante che aspira al declino?

Si, ma soprattutto è dissoluzione, dissolvimento,

perdita del corpo come significato,

guerra corpo a corpo quando i corpi non esistono più

se non come ipotesi.

 

I fiumi possono ancora essere attraversati

a piedi nudi di sasso in sasso, di pietra in pietra,

di bestemmia in bestemmia, ma tutti portano verso l’inferno.

Quell’inferno personale che voi preparate con cura in tutta una vita

abbracciandovi alle polene del possesso, tenendo le navi ferme,

rigidamente ancorate in porto.

 

 

Tu possiedi, egli possiede, noi possediamo, essi possiedono…

brandelli di niente che si pensa possano moltiplicarsi.

 

 

Strano che non vi accorti in tempo dei vassoi

sui quali sono posate le vostre teste spiccate dal busto,

strano che vi fidiate dei moderni pornografi

che vogliono vestirvi di immondizia in versione felicità.

 

Parlavamo di lunghezze, vero?

Le lunghezze sono dimensioni addomesticate,

vita longitudinale ad una sola dimensione,

misure che possono esistere o non esistere.

 

Ciechi e sordi!

Non sentite i tamburi che annunciano eserciti di parassiti

che si nutrono già e si nutriranno delle vostre carni?

Niente è più immorale e perverso di una vita immobile e non spesa!

 

Anche queste mie parole sono luoghi comuni e fasulli appelli

per fasulli uomini. Volete sapere la verità?

Ecco! La verità non esiste, l’abbiamo venduta,

coesiste sporadicamente con una vigliacca falsità

e le due si amano così tanto da intrecciarsi come amanti clandestine:

Quel che esiste veramente è la solitudine, il vino, la letteratura,

un grasso culo di donna o di uomo, a chi piace.

Esistono gli amplessi, esiste il piacere, il dolore.

 

 

<<Dell’amore vedrò più tardi. Sono sempre incerto per le parole

che ristagnano troppo sulle bocche di troppa gente dal fiato corto

e acido>>

 

 

Esiste ciò che si cerca nonostante la certezza della sua inesistenza.

 

Esiste il niente, il poco, il molto, l’universo?

Se avete voglia di crederci, credeteci pure,

ma tutto ciò che esiste davvero va scoperto,

sempre sudando acqua salata e sangue.

 

E’ non è mai ciò che si vorrebbe.

 

Mi ronzano le orecchie per l’inutilità delle parole

che si accatastano nei baratri del dover essere,

del dover rappresentare, del dover dire cancellando il silenzio

che, invece, rappresenterebbe l’unica speranza

per miliardi di menti occupate a mentire a se stesse,

prima che a chiunque altro.

 

 

Occupati a recitare e recitare e recitare senza vergogna

quando non siamo che piccole tappe di breve durata.

Continuate pure a pulirvi il culo con i ricordi,

usate pure i ricordi per distrarvi (intanto) da ogni affascinante

futuro possibile.

 

 

Donne, che continuate a partorire le speranze concluse,

non è ora di smettere e infine deporre per terra

i vostri uteri addomesticati?

 

Se penso alle umane piattezze

che quei presuntuosi dei poeti chiamano vita,

vedo tutti i domani cancellati per far spazio ai ricordi.

 

 

Tu ricordi? Voi ricordate?

Riuscite a ripercorrere le sabbie mobili delle vostre esistenze?

Si? Bene, pisciateci sopra sperando che siano solo pianure sabbiose

che un’onda qualsiasi può cancellare.

 

 

Guai a chi ha foderato la propria esistenza con il cuoio dell’inutile:

un pensiero che guardi al passato, preclude qualsiasi novità.

 

Se il passato ti sembra migliore del presente

vuol dire che hai sbagliato qualcosa.

Non si vive di indimenticabili episodi di ieri.

I nostri ricordi sono sempre e solo particolari

di un intero, di un mondo immenso, morto e dimenticato,

la punta inutile di qualcosa troppo complessa per le nostre menti,

come la vita che quel ricordo non contiene più.

 

Esistono dieci episodi che vale la pena ricordare veramente?

Dieci luridi momenti in cui ho pensato, avete pensato e sentito: sono vivo?

Rispondetevi con la sincerità che non possedete

e fate i conti con tutti i non so, non credo, non ricordo!

Non posso!

 

E’ inutile avere degli occhi che potrebbero guardare in alto.

L’alto ha abdicato da secoli in favore di quell’imbarazzante buio

che avete al posto delle normali dimensioni.

Nessuna prospettiva che si erga potente fa ormai parte

della strada affidata, percorsa e, fatalmente, lasciata

mentre l’asfalto si sbreccia e le pietre sono divelte.

 

E’ con questa piatta tragedia che vorreste impregnare

la terra della vostra “nobile” presenza? Il vero peccato originale è l’assenza

con la quale vi siete mascherati e che curate come se… come se…. come se!

 

E il “come se”…è orizzontale, non ha un ignoto e non cela nessun mistero.

 

Acqua, acqua…mi serve un semplice diluvio.

Devo lavarmi le mani con un piccolo personale diluvio:

formerei nuovi laghi dove insistono montagne da spianare

come le idee di popoli che olezzano di guerre infinite.

 

 

Acqua per lavarmi le mani dunque, acqua per miscelare le vostre anime

liofilizzate in granelli di polvere, acqua per svegliarmi da incubi

che nessuno più teme.

 

 

Io ho un’idea di futuro senza museruola,

un futuro che svetti verso la dissidenza.

Ricordo, ricordami, ricordati. Che nausea!

Abbandonate i ricordi!

Un vero dissidente è colui la cui regola prima

è non dimenticare la propria missione…

il dissidente se ne fotte dei ricordi

il nostro oggi, per fortuna, non sopravviverà a domani,

fino alla prossima vita…

 

Vagabondo da almeno quattro vite

salto di alba in alba e mi consuma la notte.

 

Se devo scegliere dove guardare

preferisco ad altezza d’uomo

di fronte, occhi negli occhi,

solo lì le passioni mi accolgono

e rinnovano il mio sangue.

 

E’ lì che isole mi fanno approdare

è lì che percorro fiordi, insenature

nuovi orientamenti.

 

 

E’ lì che il mio respiro si accelera

come uno soffio eccentrico,

come uno spirito progressivo.

 

Amo declinare l’indeclinabile

scoprire di me quello che nascondo,

passeggiare nell’indistinto,

nei colori inesistenti che non ho dipinto

ancora.

 

Vivo per ciò che non è accaduto

e ciò che non avverrà mi appassiona

perché solo lui mi rappresenta,

solo lui può condurmi

dove i miei mari interni ribollono

di solitudini che comunque si muovono

verso le mie finestre corrugate

e sensibili.

 

Delle mie finestre

amo il loro essere piene di spifferi

che mi fanno volare.

 

Di quel che ho vissuto

niente doveva accadere,

ogni direzione era possibile, forse,

meno questa che godo e soffro.

 

Di questo ringrazio quel limite

che io chiamo caso. Anche lui

come me era nato in uno schema

e morirà costretto ad improvvisare.

 

Pura e fangosa esistenza

farcita di occasioni quasi sempre còlte.

 

Ciò che emerge improvviso è la mia strada

ho resistito per secoli fino ad inchinarmi

infine al mio essere strano.

 

Ciò che finisce in ombra

mi eccita più di una giornata di sole

e niente, ora so, poteva essere diverso.

 

Vi risparmio i miei pensieri sul tempo

per dirvi solo che è una stupenda donna

che non ammette seduzioni.

 

Avrei preferito una vecchia puttana

sdentata a cui dedicare poesie.

 

Sarebbe necessario arrendersi

almeno fino alla prossima vita.

Ma che sia una resa nobile,

una spada affilata che si cede

ad un avversario imbattibile.

 

Che dire della storia?

Ormai è una faccenda per eunuchi

per uomini per i quali le donne sono un territorio

e non universo. E per donne che considerano l’uomo

un compagno di viaggio nel niente, un gioco di seduzione

un esperimento privo di fantasia.

 

Amate della luna l’ultimo spicchio,

del sole l’aurora, amate il tempo quando si ferma

per aspettare chi non arriverà, chi si trastulla inutile.

Amate il mare più del cielo!

Solo lui sa essere dolce sulla sabbia

e misterioso come solo lui sa esserlo!

 

IN ALTO (seconda parte)

Mi ergo come a volare, sperimento deciso altre lunghezze,

in verticale questa volta. Una lunghezza diversa,

si potrebbe dire… maschile e….probabilmente parziale.

 

Da quassù le epoche si susseguono in basso, appena visibili

pianeggianti e contigue, passano rapide

lasciando corvi come eredi e postulanti.

Ecco stormi di barbari dell’anno mille: fanciulle dolci

al confronto dei nostri barbari attuali, in comune il depredare

con in più, oggi, l’esigenza distruttiva dell’intelligenza scientifica

quando è al servizio del niente.

 

Sono qui per amore, mai avuta la capacità del volo,

mai stato divino, angelico, alato.

 

Le mie donne mi hanno prestato questa loro dote innata.

Talvolta per amore, altre per abitudine o per qualche loro motivo

che non voglio conoscere.

 

Amo essere oggetto delle loro mai puritane intenzioni e attenzioni.

 

Non sono interessato al linguaggio e nemmeno ai contenuti.

Non hanno nessuna importanza! Da quassù si vede molto bene

quel grigiore maledetto dell’inchiostro. Mi interessa ciò che

tra riga e riga è nascosto, la fatica per la prossima parola,

la direzione che un discorso cela, la passione stessa.

 

La crocifissione interiore di un libro mi interessa.

Non si scrive con le mani inchiodate ad una croce,

ma si soffre e questa è l’unica verità delle parole.

Questo si dovrebbe scrivere.

 

L’uomo…unico animale che dà il culo per il successo,

ma spera nel fallimento.

 

Si scrive perché febbricitanti, malati, inutili a se stessi e agli altri,

di questo voglio sapere. Questo voglio conoscere.

 

 

<< Giovane militante di una farsa rivoluzionaria,

e perso in complessità su magiche visioni dell’essere,

ti ho incontrata (finalmente) più per scriverti lettere d’amore

che per amarti. Più per averti che per darmi,

più per conoscere che per conoscerti.

A mio modo ti ho amata e ho pianto per impotenza

quando ho scoperto che nessuno mi aveva insegnato ad amare.>>

 

Lei, si proprio lei, deve sapere signore che qui in alto

servono piedi per terra e amore vero.

Buffo vero che per stare in alto servano piedi per terra?

Eppure è così. In basso, nelle pianure, si può strisciare come vermi

sicuri che nessuno se ne accorga. Conosco grandi uomini

che hanno passato la vita strisciando e leccando culi

e conosco piccoli uomini che a ciò non si sono prestati.

 

Onore! Chi conosce ancora questa parola? Onore vero,

non ciance su valori fittizi e ammuffiti, intrisi di regole.

Io delle regole non conosco nemmeno l’ombra,

ma so che si deve fare quel che si deve, fino in fondo.

In fondo!

 

Ho la certezza che quel tipo di Nazareth

doveva essere questo: giusto e innamorato.

 

Poco importa se poi la vita si consuma ed infine si perde.

 

Se ne vale la pena!

 

Qui, dove nuvole e vento imperano, le novità hanno il suono

dell’invisibile e della trasparenza.

Del resto il nuovo deve essere invisibile,

altrimenti qualsiasi falso condottiero potrebbe accedervi.

 

Io vi parlo dall’alto supponendo in voi un certo interesse al domani,

quassù si vive occhi negli occhi, di fronte, senza falsità.

Si vive a mani aperte, pronte ad accogliere e a rifiutare.

Si potrebbe dire che qui è verità che si vive.

 

 

Mi spaventano le luci automatiche

che offrono, la sera, nicchie alle ombre.

Anche le donne che mi sorridono

senza alcuna timidezza mi spaventano

quanto i bimbi che fanno domande

per le quali non conosco risposte.

 

Non abituiamoli alle risposte, non è di questo che hanno bisogno.

Alle ombre non serve luce, ma comprensione, amicizia.

Non è ricambiare un sorriso che ti fa uomo.

 

Garantisco che una pianura può nasconder montagna,

una sola goccia contenere un mare, una foglia esser foresta.

So che fingete di saperlo: vi costringete a vivere troppo al di sotto

delle vostre possibilità e delle vostre geografie,

troppo immersi in un lento, evasivo ed inutile pellegrinaggio

ormai arresi alle ripetizioni giornaliere e ai rituali.

 

Non ho niente da insegnare! Questo mi fa maestro.

Mi glorifico del non sapere niente! E questa è la conoscenza

Sono il più giovane dei miei momenti! E questo è il tempo.

 

Nudo, come ogni uomo nasce e conclude,

sento il suono del sangue che scorre,

l’arricciarsi dell’eccitazione nei miei muscoli,

la giostra del combattere,

la passione che dipinge ogni istante,

il cuore che anima il mio petto.

 

 

Le mille gallerie sconosciute che mi definiscono.

Io sono l’unico affermarsi delle mie possibilità

la realizzazione di un caso su un miliardo di variabili.

 

Io sono il mio limite.

Io sono la filosofia del mio percorso

e la democrazia delle mie tante esistenze.

 

Filosofia e democrazia: due troie rimaste celibi

e avvizzite fino a contorcersi…

come in quelle famiglie dove i consanguinei non si salutano

per antiche liti non sanate. La prima non ha partorito il suo scopo

e si è persa nel sogno della spiegazione di ciò che non si spiega,

la seconda, mille volte più prolifica, ha generato mostri

piccoli e grandi ed infine, delusa, giornalmente abortisce

preferendo l’omicidio preventivo alla nemesi.

 

Potevamo essere fenice immortale, cultura, mito nel mito, luce,

siamo impossibilità, desistenza, resa.

 

Parlo per me naturalmente.

In alto non si fanno collettive affermazioni.

La responsabilità è individuale. Devi essere pronto,

non basta elevarsi verticalmente, obbligo è insistere

in una visione totalmente diversa del vedere.

 

Parlo per me naturalmente,

non mi permetterei mai affermazioni in vostro nome.

A proposito, avete ancora un nome? Godete di un’appartenenza?

Vivete in un luogo? Quel luogo è ancora tale?

 

 

Cosa vi inventate ogni giorno per nascondere le macerie,

per giustificare le fasulle scenografie dei vostri rituali?

Come siete riusciti a fingervi abitanti felici di avvizziti deserti?

Su quali lapidi dei predecessori andate a pregare?

 

Non credo che lo facciate. Avreste imparato altrimenti

che sulle incisioni dei vostri morti è taciuto, ma evidente,

che la vita è sempre un gioco mortale da godersi e comprendere,

che il vostro processo in divenire non è infinito

che questa è la prima bellezza della casualità giornaliera.

 

Fatevi pure fottere dall’idea di destino, dalla creazione,

dal volere astrologico, dal potere apparente, dall’egoismo.

Io, per me, sono goloso di vita…non mi occupo di surrogati.

 

So, guardandomi dall’alto, che sono un contenitore.

Contengo almeno quattro diverse vite in una,

in ognuna di esse coesistono milioni di errori

e miliardi di respiri che si stanno ancora inseguendo,

l’ultimo rappresenta solo l’attesa del successivo.

 

 

Godetevi anche le pause.

 

Vorrei farvi conoscere le altezze per farvi apprezzare l’improvvisazione,

l’inaspettato, le immense scenografie del caso, i suoi misteriosi percorsi.

L’unica sorpresa della morte è la conclusione del desiderio,

per il resto la conosciamo bene:

moriamo ad ogni respiro nell’attesa del prossimo,

nella prossima pulsazione dei polsi, nell’ultimo orgasmo

e nelle sue vette dove manca il respiro, dove si muore

per rinascere nel fuoco sudato…a nuova vita.

 

nella ossidazione giornaliera, nelle debolezze dell’età,

nei guasti di uno splendido meccanismo rivestito di pelle,

ma tuttora misterioso perché energia quantica allo stato puro.

 

Se volete un esempio del bello osservate i miliardi di casualità

che avete attraversato e vedrete che una per una sono episodi religiosi.

 

Vi suggerisco di incamminarvi in salita, di venire qui.

Vi suggerisco un sogno romantico da fare una sola volta:

siate uomini perbene, siate uomini…uomini…uomini.

 

Passa di qui la vita?

Tra parola e parola? Dentro un racconto?

Anima di un’ipotesi? Un flusso?

 

Un guardarsi intorno senza meta,

un chiedersi senza domande!

 

Sono ormai aperto al confronto.

Curioso a sufficienza, con gli anni

ho perso gli imbarazzi di ragazzo.

 

Spaccio per conquista la solitudine,

per eroismo l’assenza di parole,

per salvezza l’amore in affitto,

per illuminazione l’inchinarmi al caso…

(occhi alla terra in attesa).

 

Mi guardo nei tempi lontani

dalla campagna alla fabbrica,

nelle notti mai sazie di studio,

nella stanchezza delle mie sere,

delle salite acciottolate e calde

nelle notti fredde dopo le tue cosce,

nel vino, compagno di strane ipotesi.

 

Negli stracci colorati e sgualciti

nel grigio di abiti di scena

nelle commedie recitate controvoglia.

 

Nelle case ammobiliate da altri

galleggiando senza alcun possesso

diverso da quel me stesso agognato

sempre in corsa, sempre avanti di un passo.

 

Mai, mai…desideroso di un sempre stabilito

di un ruolo immutabile nel tempo,

di un nome sulla bocca di altri

e…perennemente innamorato.

 

Si, innamorato!

Fortunato fino all’inverosimile

e grato alla cieca generosità

di dei in cui non credo,

di astri che millantano luce

così lontana dal tempo in cui vivo,

di donne che mi hanno creato

e ricreato più volte per loro bontà.

 

Innamorato… privo delle speranze

che non mi sono mai concesso

perché, spesso, prive di un nesso,

di un contatto reale, di vera vita.

 

Le speranze non invecchiano

a testimonianza della loro inutilità:

ciò che è utile si ossida e muore,

passa, transita, cancella orme.

 

Qualcuno scrive per paura,

altri per vivere eterni,

altri ancora solo per vedere.

 

Beate siano le parole

e le loro immagini riflesse.

 

Verso il centro (terza parte)

 

Mia cara amica di sempre, mio unico improvviso amore,

 

farti compagna ahimè è poca cosa

tu che per me d’aurora ti dipingi

per far che fantasia non m’abbandoni.

 

Avere una madre pseudo affettiva è sempre meglio che non averne una:

Anche avere una patria bastarda è sempre meglio che essere ramingo.

 

Vale la pena per interiori passi incamminarsi?

 

Non è questa la questione: si voglia o meno l’obbligo a volte si fa dovere,

altre volte accade, altre precipita inaspettatamente,

per certuni almeno. Per altri l’obbligo è opposto, evitare è la regola.

 

Voi a quale categoria appartenete? Siete stati sospesi nel vuoto?

Siete scesi in quella dimensione dove non esiste nessuna dimensione?

Siete mai inciampati in voi stessi, nella vostra natura?

In quegli umani e viscidi trabocchetti cosparsi di specchi deformanti

dove infanzia e vecchiaia sono solo definizioni?

 

Se l’aveste fatto sapreste che lì tutto si accorpa, straripa, traspare

per ruvide vicissitudini incomprensibili, per somme d’epoche,

per tempi che non sono fatti di ore e minuti, ma di origini, radici,

caratteri, rughe, somiglianze prese in prestito, luci ed ombre.

 

Definire l’indefinibile, amore mio. Quando l’indefinibile sono io stesso,

quando un sogno o un attimo di trans è più vero del mio pensiero più acuto,

più lungo di qualsiasi tempo misurabile, antico quanto la mia età.

 

Quando un profumo può portarmi più lontano di quanto io sia mai andato,

quando l’odore del tradimento ristagna sui sedili dell’auto di mio padre,

quando il credere in un’infanzia decente è solo un monocromo di un dipinto

fatto a posteriori, una disperante menzogna a cui è obbligatorio credere.

 

E’ a priori escluso che un individuo possa autodefinirsi per quello che è.

 

Vuoi che parliamo d’amore? Che lo dichiari più spesso? Non posso!

Dovrei mentirti e mentire a me stesso.

So che anche la mia capacità di amarti, l’affetto sincero che provo per te

è la superficie di molto altro che non conosco,

salvo che per una leggera forma di intuizione.

 

Ipotizzo un sentire di castelli e torri privi di fondamenta, di cieli spacciati per sereni,

di violenze infantili allora sottovalutate, poi perdonate, quindi celate per sempre.

 

Il perdono ha il limite di essere solo una delle possibili cure palliative del sintomo.

 

Qui si alternano scenografie immense e non è dato conoscere l’autore,

il pubblico è assente, il sipario sempre totalmente chiuso.

 

 

Nessuno conosce per intero la propria commedia:

i personaggi appaiono a tratti, ritornano infine nel loro notturno nascondiglio,

la botola del suggeritore è sempre vuota, anche se le voci urlano.

 

Padre! Non saprò mai l’ampiezza della tua assenza,

non conoscerò mai i tuoi infiniti mondi, gli abbracci trattenuti,

la profondità del tuo amore mai evidente e mai detto,

la lussuria della tua trattenuta sessualità.

Ho visto le tue periodiche fughe e la mia delusione,

il mio credere di esserne motivo e scopo.

 

Come posso amarti amante mia, come posso amare davvero?

Certo, posso esserti complice innamorato, cedere all’infatuazione,

fare della passione la matrice di uno stampo riproduttivo,

fare del sesso con te il manifesto delle mie veglie notturne,

il fonografo di urla di libertà apparentemente senza condizioni,

ma non posso amarti per quello che dovrebbe, credo, essere amore.

 

Non posso che farti compagna di un viaggio senza arrivo,

di un inesistente traguardo, di un giardino perennemente assetato.

 

Non esistono giardini fioriti dentro di me, non esistono giardini fioriti

per l’umanità. Si vive per approssimazioni quasi tutte fallite al primo vento.

 

Non esistono le vele adatte per navigare nei nostri mari interni,

nella ricchissima spazzatura che alcuni poeti distratti chiamano anima

e che altro non è che spessore impenetrabile, nebbia che precede il buio,

strada da fare bendati su un istmo viscido per le mareggiate costanti.

 

Dentro di noi si muovono flottiglie di navi perennemente in movimento

e alle quali è vietato approdo.

 

In quelle navi miliardi di un me stesso prigioniero

sono legati ai remi, ognuno di loro anela libertà, desidera l’emersione:

ogni tanto uno si libera delle catene e si presenta come indistinta ombra

alla coscienza per poi tornare alla propria catena e al proprio ruolo.

 

Si ipotizza che quella figura sia parte di uno sconosciuto sfondo indistinto

dove forze, loro sì divine, ci costituiscono, sono la nostra essenza,

il nostro vero viaggio.

Quello giornaliero, nella lunga o breve nostra vita,

è solo l’immagine di qualcosa che rimarrà misterioso per sempre

Lì si determina la casualità, si realizzano o si negano ipotesi.

 

Il nostro andare quotidiano nel passare di un giorno

è determinato, voluto, prescritto dal buio più fitto,

nessun faro è così potente da illuminare gli infiniti legacci interiori.

 

In quel luogo precluso ognuno vede impastarsi il proprio fango primario.

E’ lì che si decidono percorsi, amori, futuro.

E lì che si determina la scintilla del contatto elettrico tra l’uno e il tutto.

 

Lì, potessi mai arrivarci, potrei sapere se amore coincide con la tua presenza.

Lì anche inferno e paradiso sono solo due nomi, due ipotesi geografiche,

due anomalie letterarie, due modeste facce di un prisma infinito

che nessun scienziato può nemmeno sognare. Non esistono equazioni

che possono risolvere l’irrisolvibile.

 

Nelle nostre scenografie inconsce qualsiasi religione monoteista

è costretta a creare dogmi. E’ buffo che a quelle nostre regioni inesplorabili

si siano approssimate di più religioni plurali e politeistiche, mitologie,

folle, follie e vendette di Dei naturali, di epicurei mondi.

 

 

Dovrai accontentarti, donna che mi scorri nel sangue,

del poco che conosco di me, di quello che accade giornalmente,

del breve passo di un piccolo uomo in cammino.

 

Fin qui stata è una grande avventura, da qui in poi saremo amanti ciechi in attesa.

Tentenneremo i nostri bastoni bianchi su scale, gradini, angoli di strade,

in coro con altri come noi ciechi, sbatacchiando la punta del nostro bastone

ascoltando il rimando dei suoni quasi sempre stonati del nostro andare.

 

 

Il silenzio sarà rotto da miliardi di ciechi in rotta verso il niente: questo è vivere!

Sono un pessimista? No, ma non tento nemmeno di pensarmi vero e reale.

 

Di vero ho solo il mio tentativo, di reale l’occupazione del mio spazio,

del mio tempo, del mio corpo vissuto senza risparmio.

 

Dell’anima mi occuperò domani. Domani: quel tempo solo probabile,

tanto gradito a quegli stormi di poeti che non hanno nessuna idea del volo

impegnati, come sono, a costruire giardini dove marciscono narcisi.

 

Non mi piace, né mi serve la retorica del presente inafferrabile.

Io mi interesso di circostanze, contesti, episodi legati tra loro

con l’incoerenza classica della vita che scorre, del fiume in salita

che vivo, della sua foce certa. Dell’oceano di polvere a cui la mia

polvere sarà aggiunta.

 

Potremmo dire che insieme ci siamo vissuti la vita in tutte le sue rughe,

nelle pieghe delle pagine che abbiamo scritto, nel dare un nuovo colore

al martirio della gioia vissuta fino all’ultima lacrima. Conosco il tuo sudore,

tu conosci il mio. Questo è tutto l’amore che ci possiamo concedere

ed anche, credo, quello che è concesso a tutti.

 

Non so cosa sia la pace, compio un pellegrinaggio astratto in guerre profonde.

Non esiste dentro di me un antro che non porti ad un altro più profondo,

non esiste una galleria che non scenda verso l’ignoto.

 

I miei fiumi interni, al contrario di me, non hanno montagne che siano origine,

né foci conclusive. Non esiste nessuna misura che mi determini come misurabile,

l’infinito che io sono, non sono io, ma la somma di eredità di specie,

elicoidali catene prese in prestito dalle epoche più remote dell’umanità,

luci ed ombre infantili, rappresentazioni premature di un film familiare.

 

Sono un anello di una storia in divenire, l’ultimo futuro avverato.

Sono cultura umana, passione umana, storia di successioni non scritte sui libri di storia…

e come tale risorgo dopo i tre giorni della durata del mio sogno,

in qualcosa di sconosciuto a me simile e profondamente diverso.

 

 

Per chi cerca e crede in altre motivazioni suggerisco di fermarsi a questo miracolo,

non ne conosco uno più rappresentativo.

 

Io, mio dolcissimo amore sono, nello stesso tempo, peggiore del mio peggior nemico,

e migliore del mio amico migliore. Sono una contraddizione.

Sono in equilibrio come un ubriaco che ha fatto il pieno,

e stabile come pietra fossile pressata dalle Ere,

come pietra tra altri miliardi di pietre, come osso di dinosauro,

come corno di unicorno fatato.

 

 

Temo di credere al caso…

in quell’unico spermatozoo tra miliardi e nel suo incontro con l’unico ovulo pronto,

credo nella storia dell’umanità non scritta con l’inchiostro,

ma con il sudore degli sconosciuti, dei tanti uomini che non lasciano traccia.

 

Le maiuscole io le uso solo per i poveracci,

per tutti quei miserabili Santi che sono scomparsi, scompaiono e scompariranno

senza che gli sia stata dedicata una sola preghiera.

 

 

Temo di credere ad una individualità singola che si materializza in Specie

temo di credere che non vi sia nessuna credenza che valga più di un respiro,

come temo che non esista scienza che possa spiegare un vero perché.

 

L’iniquità delle domande sta nel cercare risposte.

Nessuno di noi è vivo per un perché, la vita si stabilisce nel “come”.

Il come che si esplica nella responsabilità è la mia credenza più intima.

L’oggi, mentre transita verso il domani ignoto e scompare, è il mio tempo.

 

Torna all’acqua e alla terra

l’ardire umano delle presunzioni.

Ciclo nel ciclo, ombra nell’ombra,

pensiero nel pensiero.

 

Siamo composti per il limite,

non siamo pronti che per questo.

 

Miriamo all’infinito, istante per istante,

pur avendo una scadenza nel tempo.

 

La nostra unica eternità

è la dilatazione di una fantasia onnipotente

che combatte il pensiero costante di una fine certa

senza alcuna possibilità di vittoria.

 

PASSIONE

Cenammo e partimmo da Betania per Gerusalemme

Lui, uno e trino, a rappresentar miliardi di future crocifissioni, di sconfinati addii,

di Passioni collettive per i miserrimi, per gli abbandonati, per i figli dei figli rinnegati,

per quelli che sono gli ultimi e sempre lo saranno.

 

Non fu mai più pace per quella terra, le orme di Giuda sostanziano la storia,

le danno il senso della mancanza, della incompiutezza che martirizza gli eredi,

del sale che impedisce nuove nascite, della terra malata che non è stata guarita,

delle promesse di redenzione cedute dietro ricatto, vendute per il potere.

 

Nessuno si salva, nessuno si salverà. I Giuda contemporanei vincono, vinceranno.

 

Cosa sarà dei miscredenti come me che pure credono nel sacrificio purificante?

 

Non si può vivere solo di tramonti, né della speranza di una nuova alba.

E’ nelle buie notti che io mi ritrovo ogni volta…ogni volta.

 

Non conosco niente che possa chiamarsi anima, non la possiedo,

l’ammetto come sintomo di altro, come immagine del mio risveglio,

della mia malattia, del mio tentativo di essere uomo,

del rimarginarsi delle cicatrici e dell’avvento delle rughe

che cose, persone, fatti, hanno tracciato nel tempo.

 

Se ho un’anima la vivo come superficialità allo stato puro,

come il mutamento che lo sfiorare altro ed altri mi regala.

 

 

Tu potrai, se ne avrai voglia, trovarmi nelle mie furie,

nelle piogge battenti del mio carattere,

nelle tempeste interiori che mi rendono silenzioso

e chiuso come un pugno,

nelle paranoie di un vecchio che ha perso molto per strada

o di un soldato che non ha memoria del suo interesse a combattere.

 

Non bussare se verrai a trovarmi! Ho venduto la mia porta.

Da alcuni millenni non vivo in una casa. Ti parlerò dei miei ricordi,

della musica dei miei campi in primavera, del sudore dei primi amori.

 

Non aspettarti trasmigrazioni e rimpianti. Non ne ho.

Nemmeno le mie gambe oggi malferme

ed un tempo fatte per la corsa ne hanno.

 

Entro ormai nel tuo Tempio in punta di piedi,

(un tempo mi piaceva essere maestro ed invasore),

mi lavo in te e mi abbevero come se ogni volta fosse l’unica.

 

A te che sei…

 

Siamo fatti di carne, tu ed io


quella carne che uccide
e che germoglia.


Di pelle che trema per una carezza,


di scuotimenti improvvisi
e terremoti.


Siamo fatti di carne tu ed io


e di natura che non ha domande.

 

Vivere è meno importante del possedere una storia da raccontare!

 

ABNER ROSSI

Aprile 2015

 

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Peregrinazioni


Potrebbe esser solo fantasia

terra che riemerge inaspettata

bosco che si anima di fuochi

isola non segnata sulle carte…

 

un sentimento piuttosto sconosciuto

invadente, caldo, ricco di sudore.

 

Un mal di testa dopo un po’ di vino

bevuto nel cristallo della vita,

un pigiama sgualcito dai pensieri,

un libro nuovo che qualcuno ha scritto,

un suono intenso che fa compagnia,

qualcosa che cancella ciò che è stato,

i giochi di un ragazzo troppo serio,

la penna che non vuole altre parole.

 

Potrebbe esser solamente amore…

amore inaspettato e incontinente,

quando già antico, ti ritrovo accanto.

 

Abner Rossi

18 aprile 2015

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Nausicaa


Nudo e nascosto,

naufrago anche a me stesso.

Forse eroe da tramandarsi

di certo ad un passo dal limite.

 

Una guerra alle spalle,

patria lontana anche dai sogni.

 

Donna dalle bianche braccia,

dalle labbra di mandorlo fiorito

figlia di re, principessa, mia regina.

 

Il mio cuore è una ruga,

non darmi amore. Itaca aspetta.

 

E aspetterà!

Chi come me si attarda

poi non ritorna, si perde, vaga

e vive la sua vita per scommessa.

 

Lascio l’eredità a chi mi scrive

che come me si attarda silenzioso.

 

Abner Rossi

16 aprile 2015

nausicaa

Quando saprò


Non è spento il sentir

di musiche lontane antico senso,

qualcosa che assomiglia a nostalgia

e che da questa prendono armonia.

 

Non è tornare indietro il mio viaggio,

ma quel tempo mi attira e mi sostanzia,

mi spiega come oggi mi ritrovo

uno spartito ancora non concluso.

 

Quei segni sulla carta sono vita

che parlano di me più di me stesso

usano un gergo che non è parola,

frasi sempre più spesso spettinate.

 

I segni nuovi li scriverò domani

quando saprò se troverò la penna,

quando saprò se ancora ne avrò voglia,

quando saprò se mi sarà concesso.

 

Abner Rossi

martedì 14 aprile 2015

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