E fu ovvio


Persi,
in uno dei tanti angoli di vita,
si fece ovvio il trovarsi
per leggersi fino all’ultima riga
in tutte quelle parole
che solo gli amanti scoprono.

Poi dimenticammo
e si fece ovvio inventare
quelle epoche che da ipotesi
si fanno sincerità.

Da nudi, come eravamo spesso,
sudammo per consolarci
e partorimmo nuovi orizzonti.

Trasformammo semplicità in leggende,
intraducibili e confuse come rughe nuove
che non vedevamo per amore.

Abner Rossi.

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#poesiedioggi
#ada
#accademiadeglialterati

 

A quest’ora


E’ per me

tutta la  pulizia di quest’alba,

questo nascondersi delle nubi,

questo rapido apparir di colline

azzurrognole di sfumature?

 

Sembrano per me tutti i suoni,

dai cinguettii al rumore di una città

ancora incerta se svegliarsi.

 

Sembra fatta per me

la resistenza della bassa caligine,

il salire lento dei fumi d’uomo,

i dei sogni che emigrano

in cerca di libertà.

 

E’ sicuramente per me

la guerra che si rinnova a quest’ora

in un uomo con troppi ricordi

dipinti di desiderio e delusioni.

 

Ed è anche per me

il peso di una felicità possibile

ma troppo indecisa per sedurmi

 

Abner Rossi.

 

 

Quel qualcosa di me


 

Qualcosa non va!

Alla mia età guardo ancora la luna

e non solo la guardo, mi fermo,

alzo gli occhi, li stringo un po’

per metterli a fuoco, spengo tutto

e me la godo come avessi tre anni.

Non è l’unico sintomo:

quando cammino pesto le pozze,

do calci alle pietre, faccio dei suoni

con la bocca e le mani, applaudo,

rido, muovo parole che non dico

trasformandole in suoni.

È bene che capisca solo io!

 

Mi parlo dall’altro capo del mondo

avanti o indietro di un giorno,

tanto il tempo non conta.

Quello che conta adesso

non può essere niente già vissuto.

 

Quello che conta adesso

è solo un gioco, una scommessa

che ancora non ho perso.

 

Un sorso di futuro, un po’ di vino.

 

Abner Rossi.

 

En ton nom


En ton nom, Marie,

j’ai passé mes hivers,

l’affaiblissement de mon âme,

le renouvellement de ma lumière.

 

Dans tes yeux

j’ai cherché les ciels bleus

et les crépuscules rapides,

les dimensions de cieux étrangers,

trop hauts pour ma solitude.

 

Je me suis enfin rendu

aux nuages, aux vents changeants,

aux saisons,

à tout ce qui termine un cycle

et finit par recommencer.

 

En ton nom, Marie,

j’ai découvert mes prières, sur  ta bouche, le feu,

dans le son de tes mots ma musique préférée.

Dans tes rougeurs et les miennes

…la paix.

 

Traduzione della Prof.ssa Fiorenza Dal Corso

della poesia “Nel tuo nome” di Abner Rossi

 

Medea (di Abner Rossi)


Nella versione di Abner Rossi del mito di Medea tutto si trasforma in un sogno indotto dalle sue Divinità mentre sta navigando sul ponte della nave Argo. Medea sogni il suo passato in Colchide e tutta la sua successiva permanenza a Corinto. Quando viene deciso di interrompere il sogno essa si trova le vesti e le mani lorde di sangue. Ha già ucciso il Re Creonte e sua figlia Glauce che sarebbe andata in sposa a Giasone soppiantandola e trucidato i suoi stessi figli per negare al suo sposo qualsiasi ereditarietà….

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Al ritmo dei remi, lento per bonaccia o rapido di tempesta, mi addormentai in sogno, per compagne onde amiche e nemiche. In sogno il mare si fece, così, specchio di tutta la mia vita precedente e futura.

L’immediato amore per te Giasone, mio Padre Eete, il Vello d’oro, la Dea Ecate madre, il mio vasto Oriente, gli Argonauti, la tua spaventosa nave da guerra. Forse il mio stesso corpo o forse volontà divina disegnarono, nei flutti rosso sangue, la mia e tua fuga.

Dalla schiuma lasciata indietro dalla nave vedo la mia Colchide, le case di tufo e legno di rosa, il grano fiorito, la nostra pelle più scura della vostra. Terra che respira la Colchide, femmina, madre, sposa.

Come dirti Giasone della mia iniziazione, della magia, dell’arte del guarire? Avresti dovuto amarmi per quella che ero e che sarò, conoscere la vette di pietra, i golfi, le mille pieghe di una donna che non ti potrà mai appartenere.

Forse era Ecate che in sogno voleva dirmi cosa stavo sfidando. Sentivo nel mio corpo ogni colpo di remo, nei miei occhi il lento andare verso ciò che era già scritto.

Ho facilitato per amore la tua conquista, baciato le tue promesse, rischiando tutto il tempo che possedevo e la mia stessa magia.

Ho incantato con il mio canto notturno il custode serpente, nascosto per te il vello, sacro solo per il mio popolo e per voi simbolo di potere. Eri sorpreso che fossi una donna che non abbassa gli occhi e non ti capivo. Nel mio sognare le albe e i tramonti si avvolgevano rapidi e non capivo l’urgenza del sole, delle stelle che tramontavano appena nate, della luna che cresceva e diminuiva sconvolgendo gli abissi.

Stavo bevendo tutto il tempo e rimanevo bella e giovane nonostante il suo scorrere. Giovane! Quando sul ponte, vicino al rostro, ci amammo fino a scioglierci nel vento che gonfiava le vele e ci spingeva oltre qualsiasi limite. Vidi di nuovo il tuo brillare come oro al sole, mi nutrivo delle tue promesse e dei tuoi racconti.

Doveva essere bella e saggia la tua patria per generare figli così eroici.

Condottiero orgoglioso della tua gioventù, primo degli Argonauti, arrogante quanto la tua armatura di cuoio e ferro, bello con i capelli al vento, dolce nel prendermi. Nei tuoi occhi i riflessi della nostra giovane passione.

Compresi nel sogno stesso il mio sogno: molti avrebbero scritto la mia storia per tramandarla certo, ma anche per disegnare nuovi orizzonti, i nuovi confini di due mondi lontani, due modi di esistere.

Nel mio sogno tracciammo un lungo e difficile viaggio verso quella che sarebbe stata la mia ombra. Non erano ancora scomparse le coste orientali e vedevo già gli scogli del sud, le tante isole, le onde abitate da borea quando passa dal suo soffio continuo allo scatenarsi della rabbia alle navi, vivevo sulla pelle lo schiantarsi dei remi e il sudore dell’equipaggio. Molti vennero sollevati e gettati in acqua.

Mi copristi con il tuo mantello, rosso anch’esso, mi persi e mi ritrovai in quel gesto d’amore.

Le sabbie dei deserti orientali scorsero rapide nelle mie vene, ogni granello illuminava il tempo che avrei vissuto con te. Sentivo in sogno il muoversi nel mio utero della tua discendenza, i dolori del parto, la mancanza della mia patria. Sognai la nostra casa di cortigiani a Corinto, il tuo popolo che di giorno volgeva gli occhi quando mi incontrava e di notte mi portava le sue malattie come ultima possibilità di guarigione. Quanta falsità nel considerarmi comunque straniera, quanto disprezzo per l’essere donna, quanta tristezza nel tuo decadere da Re a strumento del potere.

Dov’era la tua gloria Giasone, dov’era il ferro della tua armatura sostituita da abiti di corte. Dov’erano le tue promesse d’amore, la cura che avresti dovuto avere per la tua donna e per i tuoi figli.

Ero diversa, ma come poteva la vostra alta filosofia non prevedere la diversità? Come potevate essere un popolo di conquistatori senza la passione della vera conoscenza? Se avessi in sogno guardato più lontano avrei visto tutto l’effimero del dominio del vostro desiderio. Corinto, Atene, Sparta, le vostre Colonie mediterranee, sarebbero salite al cielo e decadute presto. La vostra famosa democrazia si sarebbe presto trasformata in guerre fratricide. E la guerra è sempre madre di tirannide. Non vi aiutarono i vostri magnifici templi dove rinchiudevate i vostri Dei e dove loro stessi si impigrivano.

Vidi in sogno che nessuno ti avrebbe restituito il Regno che ti apparteneva di diritto e vidi l’odio che mi portavano Re Creonte ed i suoi consiglieri. Ero un ostacolo per disegni dove non ero prevista. Dovevi rinnegarmi per sposare Glauce la figlia del Re e succedere al trono! E tu accettasti il mio esilio.

Ti fu inutile ogni spiegazione, inutili le mie lacrime, inutile ricordarti le promesse, la conquista del vello, l’aiuto della mia magia e delle mie divinità.  Dimenticasti in un attimo chi io fossi e tradisti il mio amore e i nostri figli.

La grande cultura greca si fermava davanti alle volontà del potere.

Sapeva bene il tuo Re che mi sarei vendicata come spetta ad una maga e ad una donna ferita nel suo essere, per questo mi voleva lontana da Corinto.

Quella notte sul ponte di Argo in sogno vidi tutte le mie notti future e ogni mia azione. Ero infuocata in ogni parte della mia anima, mi dipinsi di indifferenza e rassegnazione e fu semplice cancellare tutto il mio dolore. Sapevo come si maschera un animale furente fingendo di assalire a morte.

Regalai a Glauce una veste nuziale e una corona d’oro cosparsi di un antico veleno che si incendiò e la uccise come brucò Creonte quando tentò di salvarla. Più che il veleno era il mio fuoco che stava distruggendo la tua futura moglie e suo Padre e avrebbe incendiato tutta Corinto se avessi voluto.

Si chiuse il mio sogno, ero fuori dal palazzo reale di Corinto, l’Argo ormai in disarmo ancorata in porto, gli argonauti dispersi. Le mie vesti insanguinate, le mie mani lorde. Il mio volto trasformato come in un cane rabbioso. Donne, siamo l’ultima difesa, infelici nella nostra dipendenza. Dispersa è la mia magia soggiogata da un uomo che mi ha tradito. Ho dovuto, sapete! Ho dovuto. Nessun dolore – neanche l’assassinio della mia amata prole – è più doloroso della nostra continua umiliazione, dei servizi che ci vengono imposti. Quale vita felice può darci un uomo che aspiri al potere e che per questo ci sacrifichi. I miei nemici hanno scontato le loro colpe. Ho purificato con il fuoco la mia disperazione, ripreso i miei poteri da dove li avevo nascosti, usato la superficialità per nascondere le mie intenzioni. Odio quel giaciglio dove ti ho amato. Ero pura, ma non ho mai desiderato altro che amore e non mi è stato dato. Dimenticate amiche che un uomo possa darvi qualcosa che lo posponga a voi. Dimenticate di eccellere ai suoi occhi. Facciamo tutte parte di un suo disegno più ampio di noi, non è possibile oggi l’amicizia tra le due parti della specie e questa, l’amicizia, è più importante delle nude notti, della passione, dei baci che sono per noi vita e per loro solo attimo transitorio tra una conquista e l’altra. Metterci dove loro desiderano e farci stare in silenzio tra gli agi è tutto quello che il loro amore può darci. Ho dovuto, sapete! Ho dovuto uccidere Glauce, Creonte, la discendenza di Giasone, spezzargli qualsiasi casata, cancellarlo dalla storia. Che lui voglia o meno i poeti, i tragici, gli storici, lo legheranno per sempre al mio nome come comprimario di una storia terribile. Vorrei morire come si addice a una donna, ad una maga, ad un femmina della Colchide, vorrei che la mia terra d’oriente si ricordasse di come Medea tradita si è vendicata.

Figli, io stessa che vi ho generato vi porto in un’altra casa e sarà eterna. Non so dirvi quanto vi abbia amato, ma in questi tristi anni di matrimonio non ho avuto altra luce che voi, altro pensiero che la vostra felicità, nessun respiro che vi trascurasse, ma ho dovuto! Sapete? Ho dovuto. La barbara donna d’oriente, la guaritrice, la maga, buona solamente con i buoni, ha dovuto!

 

La parte femminile, la parte magica della specie, invertiva la sua capacità di generare per far si che in quell’epoca niente potesse nascere tra il vostro culto del potere e la parte magica della femminilità. Forse tra 10.000 anni un terremoto, un eco infinito di madri, risanerà la terra. E allora, il nostro Paese non potrà essere altro che un atto d’amore senza limiti.

Andai, Seppi! Vidi anche oltre i miei potei terreni, mentre guardavo senza pietà la tua disperazione sulla porta del palazzo reale con le mani a chiuderti gli occhi. Si fermarono le stelle prima di dipingersi nel cielo, rimase luce, scese il carro del sole sospendendo la notte, mi raccolse insieme ai corpi dei miei figli e lentamente riprese il suo corso. Di nuovo accadrà che il tempo si fermi e che ogni donna, madre, figlia riconosca la propria magia con tanta forza e tanto amore da ricucire quello strappo cosi lontano che non porterà mai alla giustizia e alla pace.

Abner Rossi

 

 

Hello, Jesus


Domenica 9 Febbraio alle ore 17,00, presso AdA – Accademia degli Alterati ONLUS (Viale R. Sanzio 26 – Firenze), presenterò l’ultima fatica letteraria di Sergio Staino come da copertina in Calce.

Tra il timore che la falegnameria del padre venga mangiata dall’Ikea, le astuzie di un demonio che lo tenta con la succosa rivelazione dell’identità di Elena Ferrante, le incursioni di un Salvini armato di rosario e le ricette miracolose di un fiducioso Di Maio, Jesus teme davvero di perdere di vista quale sia la sua strada. Forse l’unico modo per sbarcare il lunario è offrire la sua storia a un editore… peccato che Marco, Giovanni, Luca e Matteo abbiano già avuto la stessa idea! Genuino, inquieto e un po’ naïf, il Jesus di Staino è moderno, ci fa ridere, dubitare e pensare.

Disegnatore, fumettista, regista, Sergio Staino è uno dei più noti interpreti della satira politica in Italia. Conosciuto da tutti per lo storico personaggio di Bobo, ha pubblicato con Giunti, nel 2016, “Alla ricerca della pecora Fassina. Manuale per compagni incazzati, stanchi, smarriti ma sempre compagni”. Ha collaborato dall’ottobre del 2017 per un anno con il quotidiano “Avvenire”, pubblicando una serie di vignette dal titolo “Hello, Jesus!”.

Presenterà l’incontro il poeta Abner Rossi.
A seguire, si terrà un brindisi in compagnia dell’autore.

#siatealterati

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Riflessioni maschili


 

Una riflessione al maschile sul “discorso sulle donne”

di Natalia Ginzburg

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Non so niente del pozzo femminile di cui hai scritto tempo fa e sono sicuro che tu ritieni ovvia la mia ignoranza. Sono un uomo e sono all’oscuro delle vostre cadute. Conosco bene i deserti e so che ogni uomo ha i propri. La bellezza intima del deserto personale è che questo è interclassista e non dipende dalla ricchezza, dal titolo di studio, dalla cultura, dalle origini e radici, dall’età. Ogni uomo adulto, prima o poi vi si ritrova per poi tornare.  Alcuni, spesso i migliori e i più geniali, non tornano anche se farebbero di tutto – e spesso lo fanno – per salvarsi.

Non si tratta di un luogo di solitudine ed è più come sentirsi sabbia. Cenere spesa in cambio di ombra dove cedere finalmente e chiudere con il dovere di crescere, drizzarsi, amare, conquistare potere, darsi valore sottraendolo ad altri. Nessuno spende e nessuno compra nel nostro deserto che a volte è liquido, altre ruvido come magma raffreddato al sole di eoni. E non è vecchiaia! Esisteva, esiste, esisterà.  Prima, durante e dopo.

Basta un gesto a volte, un vecchio bacio che torna, una voce ricordata, un sentimento piccolo anche, un rifiuto, un calcio ad un tappo di birra ed è sabbia intorno e dentro. Immenso come tutto quello che avresti potuto e non è stato. Dio mio ti dici, cosa mi sta accadendo? Ed il bello è che non ti sta accadendo niente di diverso dal minuto precedente. Sommerso da infiniti granelli di niente ben sapendo che il prossimo deserto di cui conosci solo la ineluttabilità già ti aspetta.

Forse la differenza tra voi e noi è solo la luce. I nostri singolari deserti disabitati sono in piena luce ed è un guaio perché alla luce sei nudo e nessuno ti perdona. Il perdono in effetti è un’ipotesi: se ti fossi voluto perdonare avresti evitato almeno quel deserto e atteso il successivo nella speranza inutile di evitarlo.  Forse i nostri deserti, come i vostri profondi pozzi sono già mappati prima, come un’eredità di specie e di genere. Qualcuno, ingenuo fino al midollo, li scambia per depressione, qualcosa che ti schiaccia, inconscio che presenta il conto. Loro, i deserti maschili, sono ben oltre ogni atomo impalpabile del nostro essere, conscio o inconscio che sia. Come ti ho già detto esistevano, esistono, esisteranno. Pronti, inodori, efficienti. Lo so, anche i vostri pozzi  vi sono da sempre connaturati o meglio compresi come corpo nel corpo.

Forse, mi viene in mente adesso mentre ti penso e ti scrivo, i deserti nei quali tutti noi prima o poi camminiamo naufraghi, sono un vostro dispetto o un regalo passato attraverso il cordone ombelicale, per creare un diversivo, mentre ci generate. Qualcosa di artefatto per nasconderci i vostri segreti. Per questo siamo all’oscuro delle vostre strade, per questo anneghiamo nella sabbia agognando una conoscenza che non ci è data. Forse, in quel miracolo di generosità che è generare, si tratta di un rivolo di odio inconsapevole nel  vostro passare da fanciulla, donna a madre. Odio e amore che ci segnano per sempre e ci aprono al deserto.

Sta di fatto che i nostri deserti sono acido in grado di sciogliere intelligenze, ignoranze, orgogliose mete raggiunte, ogni progetto o speranza. I fallimenti poi sono il loro cibo preferito. Temo che essi siano simili all’universo in espansione, i granelli di sabbia le stelle, le galassie ipotesi remote troppo lontane per umanizzarle. Intanto ci evolviamo in limiti assumendo, esponenzialmente, immense capacità distruttive.

In fondo siamo fatti di guerre, certo non di pace. Della pace non sappiamo niente. Quando manca un nemico ci auto aggrediamo, tanto per non perdere il senso della vita. Idem quando ci innamoriamo. Ho visto tanti grandi uomini sputare sabbia e sabbia per un amore solo apparentemente nobile.

 

A proposito di guerre, Cara Natalia: con un qualsiasi Mario o Giuseppe, meridionale magari, morto in una trincea del Friuli, magari a due passi da un filare di viti, prima del maturare settembrino. Quale sarà stato il suo deserto in quel momento? Trovarsi sabbia mentre si muore, ci pensi? E quel ragazzino falciato in bicicletta mentre portava messaggi partigiani nel bosco sulle colline toscane. E quel tedesco, cosa avrà pensato mentre prendeva la mira con l’indice impaurito che pestava sul grilletto per abitudine? Avrà pensato alla distanza dalla sua famiglia e quanto saranno cresciuti i suoi figli dalla sua partenza per il fronte? Al volto di sua moglie che non riesce a ricordare?

Sono sicuro che il primo sentimento in presenza della morte sia lo smarrimento mentre non si capisce cosa accade e perché accade … ed ecco il deserto. Il nostro deserto non ha niente di profondo e smarrisce pertanto. Oggi come ieri Natalia! Ieri come oggi.

Buon riposo cara