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Di cosa NON parliamo quando parliamo d’amore


Colazione (1° parte)

Si carissimi, ed è un piacere essere con voi per costruire la situazione adatta all’argomento che abbiamo scelto di trattare oggi dopo aver chiarito tante altre profonde questioni che riguardano la presenza della nostra specie su questo preciso Pianeta. Abbiamo capito che nessuna questione, se compresa, può ucciderci, ma anche tutta la nostra interdipendenza dal resto del mondo, intendendo per mondo tutto quello che ci accompagna nella vita.

Oggi parleremo d’amore ed anzi come precedentemente concordato e alla base del vostro invito per avermi qui, parleremo di “cosa non parliamo quando parliamo d’amore”

Non si parla, ad esempio, del fatto che non esiste altro di più soggettivo di ciò che chiamiamo amore e che, proprio per questo, preferiamo idealizzarlo e divinizzarlo come il sentimento più alto, da tutti conosciuto e difficile da vivere come fosse un ricco premio, quando invece, per ogni individuo trattasi di creta umida che si modella in vaso (con un personale tornio artigianale). Vaso nel quale chiudere comportamenti nobili e meno nobili. A dimostrazione di ciò la millenaria strategia usata da poeti, scrittori, filosofi, critici ed anche storici per farlo credere “quella tal cosa” che scuote anima, mente, razionalità, intelligenza, fino a cambiare tutta la vita, sia intima e privata che pratica.

Non credo sia vero che scuota l’anima perché nessuno sa dove si trovi l’anima e di cosa si tratta, ma è indubbio che diminuiscono le capacità razionali, l’intelligenza prende una temporanea vacanza e si tende a trascurare quelle sane abitudini prese in anni ed anni di vita. Si è un po’ folli ma questa situazione emotiva è qualcosa di così individuale da non poter essere generalizzata una volta per tutte le volte e per tutte le persone. È evidente, ad esempio, che il maschio della specie “impazzisca” per amore in modi diversi e più forti della femmina della specie. Si sa che questo è dovuto solo ad una “situazione” chimica completamente diversa. Presto per fortuna, questa obnubilazione decade in una debole radioattività e si trasforma in qualcosa di meno selvaggio e comprensibile come l’abitudine, la complicità e l’amicizia.

Talvolta, i due esseri coinvolti si accorgono di dare un valore eccessivo ad una semplice, seppur potente, attrazione e decidono di essere complici mentendosi e mentendo con amici, parenti e tutto il resto del mondo dicendosi e atteggiandosi innamorati come se fosse un titolo onorifico o di merito. Più spesso di quanto si creda, può segretamente sfociare anche in contratto tra due simili e stabili disperazioni e diviene mutuo soccorso. Non esiste niente di più infernale di ciò che due complici possono imbastire per dirsi innamorati e mettersi così in evidenza come i migliori spacciatori di ciò che, anche ammettendone l’esistenza, loro sicuramente non conoscono.

Rimettendo i piedi per terra a questa che può sembravi teoria spicciola aggiungo che “se così non fosse, non potremmo sostituire più volte una persona nel corso della vita e sconvolti dal desiderio, fino a cancellarla per quella successiva o rimpiangerne per delusione una precedente in nome delle riscritture positive che ogni essere umano fa dei propri ricordi, soprattutto quando siano amorosi. Non potremmo, del resto e mi pare, amare contemporaneamente più “persone” dando al solo desiderio di conquista il nome amore e conseguentemente una dignità squisita e celestiale che quello che sentiamo non ha, essendo qualcosa di molto più basso del cielo.

Non che il desiderio di conquista sia un basso sentire, anzi io credo che altro non vi sia, ma il nome che si da ai fatti della vita è importante e le parole non sono polvere che si può soffiare. Il nome amore, per convenzione, tutto giustifica e rende nobile. Potremmo all’amore aver dato qualsiasi altro nome nel corso dei secoli e non cambierebbe assolutamente niente, perché l’importanza vera per noi presi singolarmente è quella di sapere qual è il viscere coinvolto. Ci piace tanto che sia il cuore perché ha l’incarico di variare il suo pulsare a seconda dell’eccitazione, ma è il cuore che pulsa veramente o esso sta rispondendo come sa e come può ad un altro organo o ad un sistema in parte extra corporeo che lo scatena e sollecita e che io chiamerei di rappresentanza sociale?

Siamo fatti di carne, tu ed io
quella carne che uccide
e che germoglia.
Di pelle che trema per una carezza,
di scuotimenti improvvisi e terremoti.

Siamo fatti di carne tu ed io
e di natura che non ha domande.

< L’aria al tavolo della colazione si era fatta pesante e ricchissima di perplessità e ci concedemmo una pausa, camminando un po’ singolarmente permettendo ai nostri pensieri sull’argomento di essere liberi all’aria aperta. Ricominceremo all’ora di pranzo, va bene a tutti, chiesi? Elvi (ra) fece come per parlare, scura in volto ma tacque.

Seconda colazione (2° parte)

Dal silenzio a tavola compresi un certo stato di agitazione, nascosto da sorrisi in punta di labbra, frasi allusorie, varie ambiguità, crudeltà mimetizzate dietro sguardi allungati. Chiesi ad Elvi se desiderava qualche attimo per dirci quel che le passava per la testa dato che l’avevo vista un po’.. ma non mi fece finire, firmò un gran sorriso guardando ognuno dei presenti e disse: No, mal di testa, mi è servito uscire e adesso tutto è passato. Non era vero, ma consapevole del pericolo che si corre quando una donna, soprattutto una femmina come Elvi, mette davanti un “mal di testa” ripresi a parlare già al rollè di pollo alle olive:

che non sia invece l’idea, affermai, (diversa per ognuno, sia ben chiaro) dell’innamoramento e del bisogno di sentirsi in amore a muovere le nostre acque interne indipendentemente dall’altra/o? Che non sia invece il seme di un fiore di narciso che si inalbera eccitato per la  gradevolezza dell’oggetto del desiderio?

Potrebbe, non credete? Come si sa, la gradevolezza è una forma dialettica viva, non è data per sempre: nasce, si apprezza, cresce, ci si abitua, matura e poi sfiorisce e muore. Che altro può fare un narciso se non desiderare, mentre si impegna a lasciar cadere una serie di petali e semi pronti per altre storie?

Semi che magari non germoglieranno mai ma che, se conservati troppo a lungo, gonfieranno impotenti dentro di noi rovinando il presente di qualsiasi rapporto.

Non mi pensate scettico o cinico. Potreste ovviamente, ma dovreste giurare qui ed ora di non aver mai avuto un amante mentre eravate anche indecentemente “innamorati” o di non aver mai pensato, mentre eravate indecentemente “innamorati”, di aver sbagliato partner. Chi può onestamente  confessare di essere felice tutto il tempo o esserlo come al primo sguardo del primo incontro?

Permettetemi di raccontarvi una storia prima di continuare con le mie affermazioni la chiamerò:

“un solo granello di sabbia in un ingranaggio perfetto”

Harold, Maude e il mistero dei biscotti alle mandorle.

Vorrei chiarire con tutti voi che i due personaggi della storia che mi appresto a raccontarvi sono personaggi reali e che il soggetto della storia sono i biscotti alle mandorle e non i due personaggi, marito e moglie che, pur vivendo un mistero intricatissimo, non hanno mai ammesso che di mistero si trattasse. Nondimeno tutta la loro vita in comune ne ha risentito. Intanto, chi sono o sono stati Harold e Maude?

Trasferitisi a Charlotte dopo il matrimonio, Maude si occupava di assicurazioni industriali e di capitali e nella sede di Charlotte della sua Società occupava un posto di vice presidente insieme a George, l’altro Vice Presidente, membro anziano della Società. Il Presidente e Fondatore della Sede passava il suo tempo nella sede centrale di New Mexico o giocando a golf a livello professionistico. Al momento del matrimonio Maude aveva 22 anni, sei in meno di Harold che già insegnava matematica all’Università del Nord Carolina. Entrambi di buona famiglia e di gradevole aspetto sembravano privi di difetti e vizi, si erano sposati per amore e dichiaravano pubblicamente di votare per i democratici al contrario delle loro famiglie. Per completare i presupposti della loro relazione va detto che Harold oltre ad insegnare figurava già tra i matematici più importanti del suo Paese fin dalla tenera età di undici anni e la sua fama internazionale era vasta, il che lo portava spesso in altre Università del Paese ed anche all’estero anche se molto più raramente.

Il mistero si aprì due anni dopo il matrimonio quando i due coniugi erano al massimo splendore del loro amore e quando Harold, aprendo il bar per un aperitivo, in attesa che Maude finisse di prepararsi per una cena in casa di amici, notò una raffinata scatola metallica, colorata e ovale, di biscotti alle mandorle. La guardò come volesse trarne peso, volume, disegno, contenuto in una sola occhiata ma alla fine decise di aprirla visto che l’acqua della doccia di Maude stava ancora cadendo. Indubbiamente erano biscotti alle mandorle e la scatola era stata appena aperta. La allontanò rapidamente da sotto il naso perché lui era allergico alle mandorle, lo era sempre stato fin da piccolo quando lo salvarono dosi massicce di cortisone e un lungo ricovero. Ovvio che Maude ne era al corrente, come lo erano tutti in famiglia e nelle famiglie dei loro amici. Insomma nessuno poteva aver comprato e portato in casa dei biscotti alle mandorle, ma erano lì, dentro a quello sportello preciso, a pochi centimetri dal suo abitudinario aperitivo al ritorno dalle lezioni giornaliere. Harold provò un misto di tristezza e imbarazzo che emergevano dalla sua impossibilità di comprendere. Biscotti alle mandorle e non al cioccolato, al latte, al burro o a qualsiasi altra farcitura possibile. Si stava arrabbiando e non si spiegava il perché, Maude sicuramente gli avrebbe detto perché li aveva acquistati e avrebbe avuto la spiegazione più ovvia, anche se lui continuava a non capire. Finita la doccia avrebbe chiesto a Maude, ma non lo fece per orgoglio e si limitò a lasciare socchiuso lo sportello del bar in modo che Maude si avvicinasse per chiuderlo, vedesse i biscotti e spiegasse.

Nonostante la capacità di Harold di fare previsioni percentuali sempre esatte o quasi, in questo caso non fu così. Maude, ormai pronta per uscire e bella in modo sbarazzino, si avvicinò rapida girando per la stanza per prendere la borsa che aveva lasciato sulla sua poltrona, vide lo sportello aperto e lo chiuse con un piccolo attimo di pausa che secondo Harold fu così lungo da togliere al gesto la spontaneità e l’automatismo della normalità. Uscirono, risero insieme andando e tornando molto tardi dalla cena e un po’ brilli, ma una parte del cervello di Harold era impegnato in fantasie di tradimenti, segreti, fatti misteriosi. Arrivò persino a dirsi che forse Maude era diversa dalla donna che lui amava e di essere innamorato di una fantasia di donna che rappresentava più un suo bisogno di compagnia che una realtà. Gli pesava inoltre non aver notato in Maude nessuna reazione dallo sportello aperto e dal fatto che lui avesse certamente visto una scatola di biscotti alle mandorle che non doveva essere nell’armadio, né in casa. A meno che…

No, Maude per la fretta non aveva visto lo sportello aperto e quindi da quella sera fu costretta a vivere quel leggero cambio d’umore costante che Harold portava in ogni cosa che faceva, nel lavoro, nei suoi interessi, con gli amici, con Maude stessa ecc. Fu da allora un altro Harold e Maude, di conseguenza, un’altra Maude. Qualche anno dopo Harold pagò anche un investigatore privato che in un lungo periodo d’osservazione, pedinamenti, foto, non ebbe niente da evidenziare sulla vita di Maude. Eppure i biscotti alle mandorle, rimasero al loro posto, venivano consumati e ricomprati. Per il resto era tutto così perfetto tra loro che Harold pensò di doversi costringere a pensarsi tradito da dei biscotti e Maude si convinse a pensare che la percentuale di estraneità che Harold stava manifestando da tempo fosse dovuta a delle saltuarie amanti che, tuttavia, potevano essere compatibili per una storia che, agli occhi di amici e parenti, funzionava meravigliosamente.

Troppo borghesi per dirselo vissero in pace apparente per venticinque anni, poi Harold ebbe un incidente, perse la vista e morì dopo pochi mesi quando Maude aveva quarantasette anni, un lavoro che la soddisfaceva e dei soldi della assicurazione sulla vita che entrambi avevano stipulato con la Società di Maude. Aveva imparato a giocare molto bene al golf. I biscotti alle mandorle sono ancora nella stesso mobile dal quale è scomparso il Martini bianco di Harold, vengono consumati, come è destino anche per i biscotti alle mandorle, e ricomprati prima che la scatola finisca.        

Il punto è soltanto che per questo tipo di situazione non esiste verità. Certo, Maude aveva un amante come avremmo saputo post morte di Harold e lo aveva fin dai primi giorni del loro matrimonio, se non addirittura da prima, ma non era il tradimento mai accertato, né mai confessato ad aver distrutto il loro rapporto; quella scatola di biscotti alle mandorle aveva distrutto l’ideale che ognuno aveva dell’altro, si era sostituita come un pensiero fisso al bisogno di un immagine gratificante per il proprio ego. Sono sicuro e ne possiedo le prove che la mia idea dell’ amore come scaturente dal bisogno di un singolo individuo di amare se stesso è la più prossima alla verità.

Dopo il terzo sherry e i miei ospiti silenziosi che stavano fingendo una totale estraneità non solo dal tradimento, ma anche dalle passioni forti, decisi di alzarmi per “due passi” e per incontrarci per alcune ulteriori riflessioni all’ora del the.

Ore 17 – Ora del The (3° parte)

Cercai di approcciarmi simpaticamente ad una discussione che rischiava futuri malumori ma non rinunciai alla aggressività necessaria per disboscare il precorso. Inoltre Gillian Masterson, plurisposata attrice teatrale con qualche episodio cinematografico ed una candidatura non so per quale premio, intervenne dicendo che lei credeva nell’amore come la forza più importante dell’universo: ho amato tutti i miei mariti più di me stessa, è che io sono portata a sbagliare uomo, sempre. Se in un’altra vita fossi stata una…. una cosa, le chiesi? Una donna normale, ad esempio e non così portata all’arte… una casalinga con figli ad esempio. Il mio lavoro, come sapete… ma si fermò a riprova che l’argomento relazioni amorose può solo essere sfiorato in superficie. Cosa avrebbe dovuto ammettere con se stessa prima che con noi questa povera donna per riuscire ad affrontare tre fallimenti ufficiali, molti altri ufficiosi e la presenza del suo nuovo ed attempato spasimante al nostro stesso tavolo?   

Insomma dobbiamo ammettere che l’amore è un argomento che si tocca spesso tra amici ma quando ne parliamo scatta immediatamente un accordo collettivo per non parlarne o, almeno, per non parlarne sul serio, anche ammettendo che se volessimo parlarne seriamente ne saremmo capaci. Sempre queste discussioni sono scivolate, scivolano e scivoleranno nel pettegolezzo, peccano di inutili “luoghi comuni” e non sono mai interessanti o approfondite. Dobbiamo rischiare qualcosa di più, se siete d’accordo, dissi.

Non tutti erano d’accordo ma non l’ammisero né lo ammetterebbero prima di indossare la maschera giusta. Dietro un certo imbarazzo sorrisero come ad autorizzarmi

Lei cara amica, affermai rivolgendomi a Cecil Sutelford, sa dirmi, passata l’iniziale tempesta emotiva, il vero motivo per il quale si è ripetutamente impegnata a rendere adatti ai suoi desideri tutti i suoi compagni di vita? Magari erano tutte brave persone, ma questo non le ha mai permesso di non sembrare naufraghi arrivati su un’isola da continenti diversi. Lei insisteva a dirsi innamorata, a me pareva impossibile solo ammirandola nelle sue attente recitazioni e sono arrivato quasi a crederle se non fossero stati i suoi sguardi obliqui indirizzati ad altri uomini a tradirla.

Infatti, appena la relazione del momento si stabilizzava in un pacifico e funzionale sistema, lei “si innamorava” di un amico di suo marito e poi di un altro e un altro ancora. “Come le ho detto, rispose, non dipendeva da me, loro si trasformano in altro di incomprensibile e da uomini si trasformano in bimbi presuntuosi e arroganti. Perdevano interesse per me come donna e come amante, insomma (triste) mi deludono, smettono di vedermi”. Vede Cecil, mi ascolti ed anche voi: lei ha tutta la mia solidarietà e comprensione, del resto io penso che la ricerca, l’esperienza e lo stesso tradimento possano essere addirittura valori, mi permetta però di osservare che lei cercava qualcosa che non esiste in natura. Il dovere di una persona, di qualsiasi genere e con qualsiasi gusto per il bello, l’utile e il necessario, sia quello di evitare, come parametro di un rapporto, l’uso di una fantasia inesistente come l’amore. Quello si può trovare solo in se stessi e per se stessi: se avesse cercato ciò che in natura esiste come, dico io: un buon padre per i suoi eventuali figli o pur sfacciatamente un ruolo sociale o la ricchezza, o il sostegno di una compagnia soddisfacente o addirittura un perfetto amante, probabilmente – faticando un po’ – l’avrebbe trovato prima o poi, oppure avrebbe imparato ad essere sufficiente a se stessa ed essere felice di ciò che lei è e rappresenta.

Lei è una bella donna, è raffinata, benestante, ancora giovane. Cos’altro cerca? I Volti e gli occhi di tutti si muovevano da Cecil al sottoscritto come per un set di tennis dove si aspetta il colpo vincente.  

In comune questi suoi “amori” possedevano ciò che lei pensava mancasse a suo marito non accorgendosi che lei era sempre a caccia di sicurezze immateriali e, visto che nessuno poteva offrirle ciò che lei non sapeva di desiderare continuava ad innamorarsi. Se vuole saperlo lei non si innamorava di uomini ma di illusioni e pseudo soluzioni. Nessuno può avere ciò che vorremmo per il semplice fatto che la vaghezza impera dove si cerca ciò che non esiste e si scambia un sano desiderio per amore.

Quanto sarebbe bella la vita senza quel brodo di cultura chiamato amore dove prima si coltivano e poi si distribuiscono inganni.

Questa mia autocitazione provocò il rovesciarsi di alcune tazze di the e la stessa caraffa rischiò di cadere dal tavolo perché Berth (Benjamin Calthon, noto avvocato con all’attivo nessuna causa vinta, ricco e due mogli) scattò in piedi come se volesse uscire dalla stanza, poi tornò indietro per sedersi senza farlo, guardandoci mentre si accarezzava le mani. Sembrava come avvilito da una pessima notizia improvvisa.

Sudava, guardava fuori dalla finestra e poi come per espirare violentemente e tossendo:

e i primi amori giovanili allora? Lasciatemi almeno la purezza di quelli, accidenti!

Si!

Pulsioni ghiandolari, pelurie incomprensibili, ma naturali a quell’età, l’avvento del corpo come mondo diverso, gli odori inumidiscono occhi, producono sudorazioni improvvise, tremiti, frenesie. In quel batter di palpebre si stampano foto eterne che potremo tornare a guardare in qualsiasi altro periodo della vita. Menzogne concordate dalla specie umana come: lei e lui non si abbandoneranno mai! Non sarà mai possibile, non potremo farne a meno. Eppure capita raramente che la prima scoperta di un altro corpo sia duratura. Stavamo crescendo, una legge naturale stava esplodendo dentro e fuori di noi e quindi mirando a cose molto più materiali e carnali. Io le ritengo pulsioni altissime e nobili, ma difficili da inserire in una discussione intima e adulta. Come se ci vergognassimo di essere andati oltre a quel momento aureo.

Chi, in un consesso di amici, avrebbe il coraggio di affermare che il primo amore è adesso solo sabbia dispersa del tempo riletta in forma ideale? Gran danno hanno fatto gli ideali degli scrittori romantici. Volevano il sublime e ci hanno tolto il sapore di terra che c’era in quella crescita, in quei corpi, in quegli organi. Hanno fatto come se alla teoria della gravità si fosse voluto togliere il peso. Tutto ciò che si pensa eterno non esiste.

Eppure io ricordo quella ragazzina come fosse adesso, sono ancora lì con lei, l’amo. La mattina mi sveglio e spero d’incontrarla per strada, sempre. Ho ancora sulle labbra i suoi baci, tra le mani l’elastico delle sue calze, la vergogna per il quasi dolore di una delle prime erezioni. Una delle prime? Non la prima chiesi? No, rispose guardandoci timidamente Berth: mi era capitato già prima con la cameriera di mia madre e con mia madre da uno spiraglio della porta del bagno dal quale si vedeva uno spicchio dello specchio con mia madre. Non nego, dissi con il tatto necessario, che ci stai raccontando un momento importante di quel periodo che si è fissato nel tuo essere, ma non ti sembra qualcosa che fosse molto di più della ragazzina per quello che lei era? Non ti sembra che il centro inciso a fuoco del fatto riguardasse più te che voi due? Si, ammise Berth, mi accompagna da allora e forse… fermandosi. Se tu proseguissi adesso nel tuo racconto ti sarebbe difficile sostenere che quel momento possa definirsi amore puro, vero? Non lo so, ma quel che so è che mi perseguita e perseguita ogni mia relazione da allora. Capisco, affermai come affermai, riportando a me la sua esperienza, che la forza di quel momento riassumeva un’età e sommava curiosità, pruriti e altre donne della tua vita.

Un po’ come accade ai poeti, sostenni cercando di spostarmi da Berth: avete mai letto una poesia d’amore dove il / la protagonista sia l’amata / o e non il poeta che scrive? Io no e non dipende dalla grandezza del poeta, ma dal bisogno di mettersi al centro libera / o di poter usare metafore e allegorie magnifiche che idealizzino un rapporto.

Leggete, dagli antichi ad oggi e vi accorgerete che non si parla mai di chi sia, cosa desideri, cosa faccia nella vita, dove viva e come la lei o il lui che il poeta declama sia effettivamente. È proprio la declamazione, non la persona reale, il soggetto atto a procurare godimento allo scrivente e al lettore. Insomma maschere, spesso magnifiche, per non parlare di persone vive che desiderano altre persone e che hanno bisogno di caldo, di sicurezze, di compagnia, di autorizzazioni, di qualcuno che arrivi a grattargli la schiena in quei punti dove da soli è impossibile.

Pausa, chiesi? Balzarono tutti in piedi, ci vediamo a cena?

Ti amo.. credo sia la frase breve più detta, sussurrata, gridata in tutte le lingue del mondo eppure… eppure sarebbe più onesto dire, quando viene alle labbra per accarezzare l’amata/o ascoltatore: io mi amo meglio e di più se ci sei e se esisti. se solo non ci sei per qualsiasi motivo “io mi amo meno e peggio”. Insomma uno specchio dove riflettere il proprio egoico amore finalmente soddisfatto e certificato da un altro essere vivente.

Ognuno ha le sue guerre

del sangue sparso inutilmente

e le proprie trincee di confine.

Anche balzi brevi tra schiavitù e libertà

e lunghe corse di consumati respiri

per conquistare alcune bandiere di pace.

Si suppone la vita

come ipotesi lineare per varie direzioni

transizioni, tradizioni, eredità,

come se non fossimo nudi, alla pari,

nel tempo del vento che muta stagioni e corpi

in compagnia della solitudine data

da colmare in fretta

con scampoli colorati di passione.

Si passa per allenamento costante

ad abitudini romantiche

facendone talvolta certezze

come a curarsi da postumi amorosi

dei quali non sappiamo.

Dietro, ad inseguire, quel niente

disegnato da tutte le ombre

sempre più trasparenti che ci popolano.

Cercando di cogliere su in alto

aquiloni già sfuggiti allo spago,

che cadono per delusione in picchiata 

e prendendo treni in corsa

che sarebbe stato meglio perdere.

Indagate sugli egoismi che mietono persone per farne comparse di storie personali dove l’altra o l’altro vengono scritturati gratis per una commedia che preferirebbero, se sapessero, non recitare. Non escludo sia una delle cause primarie di separazione e anche degli omicidi sessuali. Perché affermeremmo altrimenti di aver trovato l’anima gemella? L’anima che più ci somiglia? Se c’è un fatto falso in assoluto è che l’anima dell’altra o dell’altro sia in qualche modo somigliante ad una qualsiasi altra anima vivente sul pianeta. E poi cosa ne sappiamo di questa cosa impalpabile che chiamiamo anima? L’anima, qualora anche esistesse, è e rimane estranea a chiunque non ne sia il proprietario. Ci mancherebbe altro che ci dovessimo occupare anche dell’anima oltre a sopportare le altrui vicende giornaliere.

Dichiarate che l’amore esiste e le vostre esistenze dimostrano l’opposto. Non generalizzo ma, almeno per gli umani esiste un teorema: se dei due amanti uno si allontana o muore diviene sempre più trasparente e infine scompare. Sia nella fase di trasparenza che, a maggior ragione, per scomparsa l’altro che rimane cerca chi si presti per una sostituzione.

Prendete ad esempio l’amore per antonomasia e cioè “L’Eccellentissima e Tristissima Tragedia di Romeo e Giulietta” di William Shakespeare. Niente di più fulgido è stato scritto sull’amore, non è vero? Eppure il coro introducendo, ed il coro rappresenta la verità, parla di un conflitto di potere tra due famiglie ed è quella la vera tragedia, quello il substrato e il contesto, quello il “luogo” di svariati morti ammazzati, tra i quali, per disperazione, i due giovani. Che vi sia un rapporto inseparabile tra il sentimento dell’amore e il potere? Chi e cosa è primario e cosa secondario tra i due?

Io penso che occorrerà rispolverare addirittura Eraclito per capirci qualcosa: trattasi di un frammento tra i pochi pervenuti, va bene per la semina di un campo, mi permetto, ma l’amore, se esistesse, non dovrebbe anch’esso essere semina?

    cose

fredde         calde

calde           fredde

umide         aride

secche        molli

sullo scambio incessante

riposa

nella vicenda dei mesi

da quando appare

nuova la luna

a quando

nuova riappare

fa scambio dei giorni

e in meno

e in più

ogni cosa recede

nulla resta

tutto fluisce

fatica

in medesime cose

darsi pena

e a medesime cose

dare inizio

discorde               si accorda

stupenda armonia

da contrasti

In sostanza, mi pare di dover sostenere con voi, che un rapporto tra due esseri umani è da intendere dialetticamente vivo finché vive e morto quando è morto. Può vivere quando sembra morto e può essere morto anche mentre vive. Va spiegata così, con modestia e compassione, la direzione dei nostri desideri. Tutti legittimi e tutti illegittimi.

Salutandovi dopo questo giorno probabilmente inutile, visto che ognuno al mondo continuerà a fare l’unico gioco che sa fare, mi va di affermare che l’amore in quanto unico sentimento è un bluff che permette di avere le carte in mano per continuare una narrazione che non è indispensabile. Molto meglio sapere che migliaia di fatti e pulsioni contribuiscono a farci vivere insieme quel tanto che basta per sentirsi vivi con meno paura della solitudine.

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Neanderthal women and man


Non so perché ma da qualche giorno penso spesso a quelle lontane epoche e mi piace immaginare come potesse essere la vita di allora. Si, so o credo di sapere che fosse dura e che fosse complicato arrivare vivi al giorno dopo. Credo di sapere che il cibo fosse la preoccupazione più grande e, credo, comunicassero con una serie di suoni gutturali emessi in varie tonalità. Credo di sapere che vivessero in grotte e che comunque anche ripararsi e proteggersi dai pericoli del mondo fosse una priorità.

Probabilmente vivevano in piccoli gruppi e chissà con che tipo di equilibri e relazioni. Credo che i loro corpi fossero più pelosi del mio e che la struttura ossea differisse di poco. Non so niente dei loro sogni e nemmeno se avessero la capacità di sognare. Non so quale tipo di pensiero avessero e se questo partisse dal contingente o avesse qualche relazione con il futuro. Non credo che si innamorassero e credo che la riproduzione fosse più importante di tutti quei qualcosa che forse sono nati molto dopo come attrazione, passione, seduzione, sentimenti ecc.

Forse l’eccitazione era già presente o almeno lo spero per loro. Non riesco a gettare la mia immaginazione così lontano senza dare a quell’epoca il beneficio della eccitazione. Sono sicuro che le donne, gli uomini e i piccoli dell’epoca vivessero “alla giornata” e che la vita non gli permettesse di contrarre abitudini stabili né, immagino, luoghi stabili dove vivere. Credo che il pianeta, pur pericoloso, avesse allora risorse infinite e mi fa piacere pensare alla caccia come sopravvivenza e non “attività sportiva”.

Mi chiedo se, in quel mondo remoto, questi uomini e donne avessero ogni tanto bisogno di appartarsi, riflettere, stare distanti dagli altri e raccolti in una qualche intimità con se stessi. Ovviamente non posso saperlo, mi auguro tuttavia che certi momenti di liberazione fossero anche per loro una risorsa per quella che ritengo una vita ad alto tasso di ansia.

Spero che avessero qualcosa in cui credere e che la forza fisica non fosse la loro unica credenza: magari un Dio, un fuoco, una saetta nel cielo, la luna, un animale strano, una pioggia, il fiume, la nascita e la morte, un bue muschiato, un fiore.

Credere è importante, molto più importante ancora trovare un modo per dare spiegazione a ciò che intorno vive, la natura. Buona o cattiva che sia. Mi piace credere in loro perché è a loro che devo tutto, compresa la mia possibilità (oggi) di scrivere.

Abner Rossi

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Antonia Fanelli, in arte Margot


Antonia Fanelli  (n.1907 – m. 1992)

…in arte Margot

Antonia, ormai ad un passo dall’ottantacinquesimo compleanno, abita da trent’anni in un piccolo sottosuolo di tre stanze più bagnetto in via de’ Macci al numero 34. Difficile muoversi nella sua abitazione non tanto perché Antonia non abbia mai avuto un’idea precisa di pulizia, ma perché non ha mai gettato un ricordo, un foglio qualsiasi, così come vestiti, mantelle, sciarpe, pellicce, scarpe che ovviamente non può indossare per la sua magrezza senile e per la sua statura ormai ridotta per l’età. Ha poche rughe sul viso, si trucca in maniera eccessiva come fosse quarantenne ma gli anni che ha gli si danno tutti e il leggero tremito alle mani la rende un po’ ridicola. Le sue innumerevoli collane, alcune vere altre di bigiotteria, completano il quadro di una vecchia almeno strana per il quartiere.

Saluta tutti fingendo una dimestichezza col vernacolo fiorentino che ha perso in anni lontani in molte altre città della penisola. Tutti, salvo qualche ragazzotto ignorante, la rispettano e quando la incontrano gli uomini si toccano il cappello e le donne le parlano come per saperne di più, ma sempre mantenendo una certa distanza. I ragazzi in pantaloni corti di solito ridono quando la incontrano ma non insistono poi troppo. Ad ogni passo, ormai difficile, Antonia sorride a fil di labbra come a dire… se la sapessero tutta.

Il popolo di Santa Croce sa che è vedova ma in realtà Antonia non si è mai sposata. Non che le siano mancate le occasioni e più volte le è capitato di essere vicina a cedere alle lusinghe di uomini benestanti che avevano perso la testa per lei, ma il lavoro di soubrette era duro per una bellezza rara come lei, poi c’era il dopolavoro che le consumava le notti spese per mantenersi il posto di primadonna e poi c’era l’amore che Antonia cercava ostinatamente ogni volta con uomini che non riuscivano mai a starle alla pari e fuggivano. Per l’epoca Antonia era una donna intellettuale e preparata, leggeva anche quando non capiva cosa stesse leggendo e aveva fatto addirittura la sesta classe che, negli anni della sua gioventù, era per pochissimi eletti.

Nata dietro a Santa Maria Novella, vicino al banco dei pegni, si dice che sua madre fosse anch’essa bellissima, del padre non si è mai sentito parlare. Come abbia fatto sua madre a mantenere una famiglia non si hanno notizie certe ma, qualche diceria, è circolata. Forse per questo Antonia se ne andò di casa che non aveva compiuto ancora sedici anni fuggendo con un musicista che aveva conosciuto fuori del teatro della Pergola dove Antonia era solita andare per guardare i manifesti degli spettacoli.

A diciannove anni conviveva a Milano con il musicista che l’aveva rapita, ma che noi sappiamo dai racconti di Antonia essere tutto meno che un rapitore di fanciulle perché già allora il tizio era rivolto a gusti opposti.

Aveva un tetto e una camera con uso di cucina a Milano e questo per Antonia era il massimo. Non vide mai più la madre. Non ancora ventenne ottenne una parte come ballerina di fila in un teatro di rivista di provincia: non sapeva muovere un passo, ma la sua bellezza raffinata, la lunghezza e perfezione delle sue gambe e l’equilibrio delle sue misure non richiedevano altre capacità che lei, donna dotata di una grande volontà, comunque acquisì rapidamente fino ad entrare in compagnie di primo livello, lavorò per anni con Macario, Wanda Osiris, Totò e molti altri capocomici. Mai nessuna fu più bella di lei sotto le luci dell’avanspettacolo. Nel 1942, forse perché brevemente amante di un gerarca di basso livello ammanicato bene, partecipò anche ad un paio di pellicole e debuttò in teatro con il Giardino dei Ciliegi. Entrambe esperienze bruttissime: “come si fa a lavorare senza un pubblico che ti desidera”

Tornò all’avanspettacolo ma gli anni erano passati con la guerra sia per lei che per il genere artistico. Aveva qualche soldo da parte, ma finirono presto e non aveva saputo sfruttare il suo momento d’oro. Capita, diceva: in un momento di saggezza si era fatta regalare una casetta a Roma ma, per vivere, non bastava una casa. Da bella si era fatta straordinariamente elegante e raffinata e il suo corpo non aveva avuto cedimenti evidenti anche se nessuno ormai la invitava come un tempo alle feste della Roma bene. Meglio che mi abbiano dimenticata, diceva: questo mi permette di entrare in commercio e lo fece con la spudoratezza di una che, nonostante la straordinaria carriera, sapeva di essersi venduta spesso e male. Non batteva naturalmente ma la sua casa e la sua camera erano tra le più accoglienti di Roma. Ogni tanto si innamorava o un lui di turno la voleva sposare ma la sua risposta era sempre la stessa: sono nata sola e morirò sola,

In dieci anni aveva maturato di che comprarsi una casa a Firenze, restituì quella romana al suo benefattore (nonostante fosse un regalo) con tutto l’orgoglio di cui era capace e tornò nella sua città con il preciso scopo di nascondersi a tutti.

È morta recentemente portandosi dietro tutti i suoi segreti ed i suoi straordinari talenti. Nemmeno per un attimo ha avuto quella paura della morte che di solito hanno quelli che hanno passato una vita incompiuta.

La Città e la sua zona non sapranno mai che è morta una delle sue figlie più famose. Sulla sua piccola croce al Cimitero di Trespiano si legge Antonia Fanelli in vita Margot.

Racconto di Abner Rossi