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Poesia

Degli spaziali viaggi


rosso

In alto, poi giù a spirale

rischiando di cadere e riemergendo.

Prendersi un rischio e trasformarlo in vita

stile, desiderio, modo di essere e pensare,

cercando a vista il prossimo minuto,

occhi negli occhi, senza assuefazione.

Altro da questo si crede che sia vita,

ma, di questa, è solo negazione.

Spesso,

premesso un buon sigaro toscano

e l’estro risoluto del viaggiare

ben oltre al consumare quattro vite,

prendo per il basso e quindi scendo,

ammesso che vi sia una direzione.

Chissà perché ho la convinzione

che la mia storia sia scritta a filo terra,

controvento, andando a sud,

dove scirocco non cambia in altro vento.

Là dove arrivo è sempre differente,

la coreografia è solo con inchiostro improvvisato

dove le ombre che se ne sono andate

tornano in sogno e cambiano il copione.

Talvolta sono io il protagonista,

altre, più spesso, è competizione,

una zuffa fratricida di figure, coppie, gruppi

dove la pace è poco interessante.

Si va senza un accordo a legger anni

e ogni personaggio ha i suoi ricordi

simili nel tempo eppur diversi,

con prismi sfaccettati e irregolari,

visti da prospettive personali.

Qui le parole contano ben poco

e quel che è stato detto è stato detto,

niente del fatto può essere cambiato

per delle ombre sempre in disaccordo.

Che del futuro niente gli appartiene.

Ombre solitarie eppure insieme

e che per questo non scriveranno storie

ma versioni oblique e spaziali della stesse.

Se fossi coraggioso scenderei

là dove verità si fan milioni

tutte diverse

e devi soddisfarti del mistero,

là dove i molti sono ridotti ad uno.

E ancor più in basso,

dove tutto si forma e non emerge

se non in segni che affiorano per caso

quando lo ritengono opportuno.

La luce qui è sdegnosa,

il tempo si misura col marmo dei secoli

e delle tombe

e gli ideali umani abbandonati.

Tutto quello che c’è è elicoidale

fatto di somiglianze ereditate,

flebili come un tessuto che si smaglia,

grandi come un spazio infinito sotterraneo

a cui non si può dare dimensione.

Per approssimazione chiameremo mondo

le caverne dell’inconscio collettivo

in bolle d’aria risalenti al vivo

che nome non si danno e non esiste.

In quelle bolle d’aria si risale

senza portarsi dietro quasi niente

se non la fine come prospettiva

e qualche pianto che si fa poesia.

ABNER ROSSI

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